domenica 7 agosto 2016

La Poesia secondo Ginsberg

“La poesia diventa sempre meno intellettuale o verbale e sempre più fisiologica. Un modo di usare il proprio corpo, il proprio respiro, il respiro profondo.”

Allen Ginsberg

domenica 26 giugno 2016

I soliti ignoti

UNA COMMEDIA SPARTIACQUE

Dalle frange del neorealismo rosa (Poveri ma belli, Pane amore e fantasia), guadagna spazio, alla metà degli anni 50, un versante orientato verso la commedia comica, che già aveva prodotto alcune punte di diamante comeGuardie e ladri e La banda degli onesti, entrambi con l’immenso Totò.
Solo con l’exploit nel 1958 de I soliti ignoti però – considerato giustamente un film spartiacque -, la caratteristica bozzettistica o caricaturale che avevano molti personaggi del cinema precedente,viene messa da parte. In questo film, nasce infatti, attraverso la sceneggiatura della coppia Age e Scarpelli, un gruppo di  personaggi costruiti per la prima volta, con un proprio spessore umano ed affettivo,e con una doppia natura; dipinta a tinte sì esilaranti e satiriche, ma anche malinconiche e sconsolate. Personaggi che diventano protagonisti realmente, “a tutto tondo”. Sullo sfondo, l’ambientazione affatto brillante ed ancora di stampo neorealista, che inquadra lo status sottoproletario dei protagonisti: una Roma squallida e sudicia, ancora lontana dai fasti del boom economico, e dal ritratto brillante, di tanto cinema successivo. Anche per gli attori del  cast, il film costituì una svolta d’immagine e di carriera: dal Mastroianni latin lover, trasformato in “mammo” succube del figlioletto, al Renato Salvatori bello e spumeggiante, trasformato nel redento e maturo Mario, all’eclatante metamorfosi di Vittorio Gassman, passato dal Kean teatrale e raffinato villain del  cinema, al primo ruolo comico da pugile sfigato.
Il cameo di Totò poi, seppure nei limiti di una partecipazione, riassume nel personaggio di Dante Cruciani, tante delle caratteristiche originali ed innovative del film. Prima tra tutte, l’inadeguatezza e la frustrazione (auto-inflitta), che accomuna i protagonisti e che deriva dal mancato adeguamento alle regole della società. Caratteristica che si preannuncia già, con la sola entrata in scena di Totò, in pigiama. E ancora, ci racconta dei trascorsi di chi si aggrappa all’idea del furto come ultimo metodo dell’arte di arrangiarsi, unico altro modo di vivere nella società, senza abbassarsi al lavorare. La parte comico-satirica  si alimenta dunque della natura stessa dei personaggi, ritratti nella loro umanità; ora tenera e umile ora meschina e improvvida. Tutti si misurano con un’impresa enorme, rispetto alle loro più o meno dichiarate risorse e abilità. E il cortocircuito tragicomico è determinato proprio dallo scarto tra l’obiettivo che si propongono e le effettive possibilità di raggiungerlo. La loro inadeguatezza smaschera anche la vera natura del loro animo e delle loro pulsioni – in fondo in nessuno di loro alberga la reale voglia e convinzione di portarlo a termine – che sono proprie di una vita vissuta di espedienti, e che non lascia grandi margini per riscattarsi dal proprio status sociale. Altro elemento di novità è la morte, che irrompe per la prima volta in un film comico, con la scomparsa dello sfortunato Cosimo (Memmo Carotenuto). Anche questo elemento  però, viene modulato opportunamente per non dare uno spazio ed un significato non congruo alla narrazione.
Il successo del film e la sua importanza sono dovute alla leggerezza con la quale si offre allo spettatore l’immagine complessa di un’epoca, un mondo di povertà urbana che resiste nei suoi valori tradizionali all’attacco della nuova società di massa. Riuscendo anche, a sottolineare il tema ancora pressante della fame, trattato agli albori del boom economico.
Il film ha vantato e vanta ancora oggi tanti tentativi d’imitazione, ma la profondità psicologica dei personaggi e la loro inettitudine “autoprotettiva” sono talmente articolati e compositi da rendere vano ieri come oggi, qualunque tentativo in questo senso.

mercoledì 22 giugno 2016

Le istruzioni


Non è facile invecchiare con garbo.
Bisogna accertarsi della nuova carne, di nuova pelle,
di nuovi solchi, di nuovi nei. 
Bisogna lasciarla andare via, la giovinezza, senza
mortificarla in una nuova età che non le appartiene,
occorre far la pace con il respiro più corto, con
la lentezza della rimessa in sesto dopo gli stravizi,
con le giunture, con le arterie, coi capelli bianchi all’improvviso,
che prendono il posto dei grilli per la testa.
Bisogna farsi nuovi ed amarsi in una nuova era,
reinventarsi, continuare ad essere curiosi, ridere
e spazzolarsi i denti per farli brillare come minuscole
cariche di polvere da sparo. Bisogna coltivare l’ironia,
ricordarsi di sbagliare strada, scegliere con cura gli altri umani, allontanarsi dal sé, ritornarci, cantare, maledire i guru,
canzonare i paurosi, stare nudi con fierezza.
Invecchiare come si fosse vino, profumando e facendo
godere il palato, senza abituarlo agli sbadigli.
Bisogna camminare dritti, saper portare le catene,
parlare in altre lingue, detestarsi con parsimonia.
Non è facile invecchiare, ma l’alternativa sarebbe
stata di morire ed io ho ancora tante cose da imparare.

Cecilia Resio - Le istruzioni


sabato 23 aprile 2016

Intolerance

Si può legittimamente parlare della genesi di Intolerance, come di una risposta di David W. Griffith alle pesanti critiche che avevano accompagnato il suo precedente Nascita di una Nazione. Nonostante il grande successo commerciale, le accuse di razzismo rivoltegli, risultarono determinanti nell'immaginare nel una possibilità di riscatto atta a rappresentare una risposta, tanto forte quanto esaustiva, alla querelle suscitata dal suo precedente. Questa intenzionale peculiarità avrà un peso rilevante nella sua nuova produzione.
In Intolerance si avverte l'esigenza creativa e apologetica insieme, convogliata in una visione del Tempo/Storia dove si contrappongono i principi del Male e dell'Intolleranza contro quelli dell'Amore Salvifico. La realizzazione del film risponde in pieno a questa esigenza, con una messinscena maestosa ed articolata. In essa emergono tutti gli artifici e le innovazioni tecniche che codificheranno la grammatica del cosiddetto cinema narrativo classico.
In particolare, nell'episodio denominato "La Caduta di Babilonia", Griffith apporta sostanziali novità nelle tecniche di ripresa, avvalendosi di torri munite di ascensori e di altissime gru - antesignane dei moderni dolly - per riprendere grandi folle dall'alto. La cura nelle scenografie per la ricostruzione storica - anche se non sempre fedelissima - mantiene immutato il suo fascino e valore ancora oggi. Lo stesso per la gerarchizzazione nella composizione delle inquadrature, funzionali alla rilevanza drammaturgica dei personaggi, e l'uso raffinato dei mascherini con cui esaltare il primo piano dei volti, rafforzando il pathos emozionale del racconto.
Un’ambizione alta, dunque, che si sposa alla figura di raccordo dei quattro episodi del film: una madre simbolica che culla incessantemente un bimbo. Anche il montaggio più serrato, con la contemporanea risoluzione finale degli episodi in un crescendo emozionale, risulta quanto mai efficace (la definizione “finale alla Griffith” è ancora in uso). Illuminante la scena finale del film, atta a sottolineare la necessità di un forte giudizio critico per denunciare l’ingiustizia del mondo degli uomini ed avvicinarsi alla compassione, che preannuncia il sorgere di una nuova civiltà. Con Intolerance Griffith parla ai nostri cuori mettendo in ombra il cervello. Tuttavia la sua capacità inventiva ha una sua base intellettuale, così come la volontà di lanciare un messaggio che non fu adeguatamente compreso né raccolto dal pubblico dell’epoca.


sabato 5 marzo 2016

Quella foglia sul lucernaio: ROOM


Brie Larson, fresca di oscar come miglior attrice è Joy/Mà in ROOM, regia di LennyAbrahamson.Il film sbarca nelle nostre sale,dopo l'anteprima alla scorsa edizione del festival di Roma,dove ha ricevuto una calda accoglienza di pubblico e critica,e dopo aver raccolto il premio del pubblico allo scorso festival di Toronto e svariati altri premi e candidature.
Jacob Tremblay è Jack il figlio di ,che compie gli anni(cinque) proprio nel giorno con il quale si apre il film.
L'universo nel quale vivono Jack e Mà, è una stanza di pochi metri chiusa da una porta blindata e  un piccolo lucernaio al soffitto. La stanza ha poche suppellettili e il minimo necessario per soddisfare le necessità vitali: Armadio,Tavolo,Comodino,Specchio, Televisore e pochi altri.
Ed è così che li chiama Jack ,con un nome proprio; dandogli una sorta di vita autonoma, che va oltre la loro funzione.
Mà,ha creato per Jack un universo illusorio che rende possibile e tollerabile ad entrambi,di sopravvivere in pochi metri. Allevandolo nella convinzione che la Stanza è la sola realtà esistente; e  anche le immagini che gli rimanda il televisore, sono delle “magie illusorie”.
Anche il vecchio Nick,per il quale Jack è costretto a dormire nell'armadio, mentre la madre viene regolarmente abusata ogni notte,non sa che è suo padre;ma solo colui che porta cibo,vestiario e a volte,qualche gioco. Joy/Mà è in realtà stata rapita a 17 anni, e tenuta segregata dal suo carnefice insieme a Jack, nato dopo le violenze subìte.
Il giorno del compleanno,quando si fa più concreta ed imminente la possibilità di essere entrambi uccisi dal vecchio Nick; si vede costretta a rivelare a Jack che esiste un mondo reale, al di là della Stanza,ed è necessario che lui si prepari a fuggire per riuscire a salvare entrambi dalle cattive intenzioni del vecchio Nick....

Il film è l'adattamento del romanzo di Emma Donoghue:Stanza,Letto,Armadio, Specchio.
La stessa scrittrice ha curato anche la sceneggiatura del film, e si è ispirata alle cronache reali del caso Fritzl.
Subito il film ci proietta  nel rapporto di esclusiva simbiosi che esiste tra Jack e Mà, vissuto nell'universo- Stanza,dove ogni oggetto ogni parola detta,ogni azione si veste di realtà solo in funzione di questa, e dei limiti di spazio di cui dispone. Attraverso gli occhi di Jack, scopriamo lo scorrere della sua vita fino al quinto compleanno;vita fatta di ritualità quotidiane basiche che proteggono in qualche modo, Jack e la sua crescita. Insieme a Mà , lava i denti, fa ginnastica, vede le immagini “piatte e irreali” della tv, ed ascolta  le favole che gli racconta, prima di essere chiuso nell'armadio per l'arrivo del vecchio Nick.
L'occhio del regista che lo segue con la macchina, compie l'impresa di farci vedere
dilatati tempo e spazio, proprio come li vedono i suoi occhi; anche se a volte ambiguamente indugia sullo sguardo di Nick che osserva incuriosito e perplesso una foglia posarsi sul vetro del lucernaio,unico ponte con l'ignoto sconosciuto. Tutto procede fino allo snodo decisivo del rivelamento di una realtà/altra al di là della Stanza, e la necessità di raggiungerla per la salvezza.
E se fino a questo punto il film ha avuto un andamento lineare con ritmo da thriller con il suo acme nella fuga rocambolesca; prevedibilmente il film avrebbe potuto finire qui.
Invece dapprima spiazzando e disorientando, poi recuperando i fili di una continuità narrativa ed emotiva, ci introduce ad un seconda parte non meno efficace, ancorchè dolorosa.
Non è azzardato accostare le dinamiche del rapporto madre-figlio nel film con il mito della caverna di Platone.La seconda nascita di Jack in una realtà letteralmente accecante e sovradimensionata,oltrechè multisensoriale, metterà a dura prova gli equilibri fino ad allora, garantiti dalla Stanza.
E pur avendo qualche piccolo cedimento quì e là,soprattutto nel delineare il reinserimento di Joy/Mà nella nuova e mutata realtà familiare; il film scorre,soprattutto in virtù dell'interpretazione del giovanissimo Tremblay, che sostiene con la sola incisività della sua interpretazione anche i buchi di scrittura nel personaggio di Mà.
Vincente risulta la chiave di lettura del regista Abrahamson(ricordiamo gli ottimi Garage e Frank),che capovolge la prospettiva di un film che avrebbe potuto cedere banalmente al ricatto sentimentale o alla retorica sociologica. Nel finale aperto, Jack torna per un'ultima volta nella Stanza,individuando in essa, l'unico aiuto/riferimento per decodificare un futuro altrimenti incerto.
Sull'interpretazione della Larson si sono già espresse abbondantemente le cronache ed i riconoscimenti avuti. Bravi anche tutti gli altri comprimari.
Ma il vero protagonista è il giovanissimo Jacob Tremblay, che con la sua straordinaria interpretazione è il motore pulsante del film, giustificandone già da solo,il valore.
Vedetelo in lingua originale se possibile.
Da non perdere



giovedì 18 febbraio 2016

Spotlight


                                               “E' LA STAMPA BELLEZZA”.
      Tutti gli uomini del Vaticano ne Il caso Spotlight(Spotlight) di Thomas McCarthy.

Il film di McCarthy mette in scena l'inchiesta con la quale nel 2002, l'unità di giornalismo investigativo del Boston Globe,denominata “Spotlight”, portò alla luce lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati ai danni di migliaia di bambini ed adolescenti da parte di centinaia di preti pedofili(nella sola Boston) e sistematicamente coperti ed insabbiati dall'allora arcivescovo di Boston,Bernard Law.
Tutto,unitamente al consenso delle gerarchie Vaticane, nonchè alla connivenza omertosa di varie istituzioni cittadine e buona parte della città stessa.
In seguito alla pubblicazione degli articoli/denuncia, il Boston Globe ed il suo team di giornalisti,
fu insignito,nel 2003,del prestigioso premio Pulitzer.
L'inchiesta ha dato inizio al grande scandalo della pedofilia presente nella chiesa cattolica,che ben presto ha assunto,per i suoi numeri,rilevanza mondiale. Ed è,a tutt'oggi, lungi dall'essere risolto.
Il film si inserisce nel solco tracciato dalla cinematografia di denuncia degli anni 70; che ha in Lumet e Pakula due testimoni d'eccellenza.
Ma attraverso il lavoro di fine cesello che il regista ha fatto nella sceneggiatura,in collaborazione con Josh Singer; S. si allontana da quei modelli, perchè non contiene alcun momento,seppur minimo,di compiacimento nel suo svolgimento;nè nella scrittura di alcuno dei personaggi.
Ben presente nel film,è invece la consapevolezza della funzione sociale e civile, che i quattro giornalisti hanno del loro operato.
Così come il film,evidenzia una sua peculiare consapevolezza, nel rappresentarla.
Perfettamente bilanciati infatti,sono i due aspetti:quello documentale e quello delle esigenze spettacolari della rappresentazione, fusi con estremo rigore e chiarezza espositiva.
Il che non esclude peraltro, che il film proceda con un crescendo, che ha il pathos avvincente di un thriller.
Così come confermato dallo stesso regista,S.non è un film sulla pedofilia o contro la fede; ma contro l'abuso del potere e le sue molteplici e distorte diramazioni.
Il film punta il suo focus sul mestiere di giornalista e sulle domande che, inevitabilmente, si pongono sul ruolo ed i limiti professionali e personali, entro i quali è giusto e doveroso agire.
E nella cornice puntuale e simbolica della cattolicissima Boston, dove si annidano i meccanismi perversi assurti a “sistema”,che hanno soffocato, e insieme determinato il non voler “vedere”; si muovono i giornalisti Michael Keaton nel ruolo del caporedattore Walter Robinson, Mark Ruffalo in quello di Mike Rezendes, Rachel McAdams come Sacha Pfeiffer e Brian d’Arcy nei panni di James Matt Carroll.
Oltre al direttore deus ex machina John Slattery come Ben Bradlee Jr.
Tutti impeccabili e calibratissimi nei loro ruoli, ad eccezione di Ruffalo, il cronista più “caldo” ed impetuoso che vive il caso come un'urgenza personale(giustamente candidato all'oscar).
Dopo la fatica dell'affrontare mille reticenze,le corse, gli ostacoli e le trappole ricattatorie, dopo aver attraversato il dolore delle vittime: “si può dire di no a Dio?”.
Ed aver messo in luce ciò che regola i delicati equilibri tra responsabilità personale e dovere civile;senza dimenticare neanche le proprie iniziali responsabilità nell'aver sottovalutato le prime denunce..
ecco arrivare le domande ed i tormenti personali ai quali dare una risposta.
E le risposte saranno tutte nel rumore di quelle rotative, oramai in moto,
inesorabilmente.
Da vedere