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Visualizzazione post con etichetta Poesia. Mostra tutti i post
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sabato 6 aprile 2019

Aquila- l'Evento.




Aquila



Accade/
che si emigri.
E' vuoto, che disgiunge bottone dall'asola/
neppure/
bacino sicuro,alla tempesta di Dio.
Si cercano, ovunque/
febbrili/
spunte di odori senili,umidi fiati di latte.
Gioventù, canuta dal vento/
che sorge/ in pochi capelli, dai fili d'erba.
Riprovo a sentire, quel suono di cembalo/
il colore,contemplato/
in un attimo di chiesa.
E' smarrita l'alba/
tuttavia/
nel grigio, memore cemento.
©

martedì 20 giugno 2017

Un bellissimo progetto da condividere e sponsorizzare.
Visitate il sito di Lorenza Anselmi,fate e fatevi un regalo.

http://www.ringraziarevoglio.it/










Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra.
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

Jorge Luis Borges


sabato 3 settembre 2016

Garofani





Siamo giunti a questo traguardo
 con gli occhi rovesciati
 ostaggi del passato.

(da Garofani di Antonio Petrocelli)

venerdì 25 settembre 2015

Nuovolosità


In mattinata si manifestarono
due o tre malinconie
a cui nel pomeriggio
sopraggiunse una terza,
a sera quando si temeva
che le malinconie si tramutassero
in tristezza irreversibile,
la memoria senza nostalgia
cominciò a produrre anticorpi.
Visto da qua è aldilà
da là è aldiquà
se invece sbagliando
finissimo nell’aldilì?
Vedremmo attoniti un qui
fissi nell’aldilì
anche se in realtà
noi non possiamo venire
che dall’aldiquà
perché siam destinati all’aldilà
per tautologica omertà,
venendo dall’aldiquì
potremmo sbattere nel dilì
più in là dell’aldilà
e là più non si sa
se più vicino al dunque
è l’ aldilì o l’aldilà,
comunque di colà.
Vito Riviello
da “Monumentànee” 1992


martedì 9 giugno 2015

A Dora Markus e le sue gambe









Forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima:
un topo bianco,
d’avorio; e così esisti! 
 
Eugenio Montale.


lunedì 30 marzo 2015

Do not go gentle into that good night

Do not go gentle into that good night,

Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.
Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.
Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.
Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.
And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

Non andare docile in quella buona notte,
I vecchi brucino infervorati quando è prossima l’alba;
Infuriati, infuriati contro il morente bagliore.
Benché i savi infine ammettano ch’era giusta la tenebra
Poiché le loro labbra nessun fulmine scagliarono
Non se ne vanno docili in quella buona notte.
Gli onesti, nell’onda ultima, urlando quanto fulgide
Le fragili opere potevano danzare in verdi anse
Infuriano, infuriano contro il morente bagliore.
I bruti che strinsero e cantarono il sole in volo,
E tardi appresero d’averne afflitto il corso,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.
Gli austeri, morenti, scorgendo con vista cieca
Che gli occhi infermi splendono e gioiscono come bolidi
Infuriano, infuriano contro il morente bagliore.
E tu, padre mio, là sulla triste altura, ti prego,
Condannami, o salvami, ora, con le tue fiere lacrime;
Non andare docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morente bagliore.
DYLAN THOMAS
(Il problema di questa poesia è principalmente nel ritmo, trattandosi di una villanella, componimento che, nell’originale, è un vero e proprio canto)



sabato 21 marzo 2015

PRIMAVERA







Ritornare al denso, splendido tepore/
che richiama il cielo invitto,
dinanzi Giotto,solidale.
Di consueto/
si torna a cavalcare abbagli/
pollòni imperiosi, dell'età divina/
mentre dolci nostalgie, vanno ritemprandosi/

in opportuni sogni.
©®

venerdì 9 maggio 2014

Certezza



Tu sei l’erba e la terra, il senso
quando uno cammina a piedi scalzi
per un campo arato.
Per te annodavo il mio grembiule rosso
e ora piego a questa fontana
muta immersa in un grembo di monti:
so che a un tratto
- il mezzogiorno sciamerà coi gridi
dei suoi fringuelli –
sgorgherà il tuo volto
nello specchio sereno, accanto al mio.
( Antonia Pozzi )    

venerdì 21 marzo 2014

Parole


Ho paura delle parole/
quelle che m'investono/
lasciandomi tramortita/
sulla banchina di partenza.
Ho paura/
di quando banchettano/come termiti voraci/
nel salotto buono del pensiero.
Ho paura/
di quelle che non mi vogliono bene,
e giocano brutti tiri/
ridendo alle mie spalle.
Hanno pettini, tra le mani/
per domare la chioma ribelle d'Euterpe/

mentre dondolo sull'altalena.
©

mercoledì 27 novembre 2013

Jorge Enrique Adoum


Amatevi, vi prego, continuate ad amarvi
voracemente insoddisfatti per i secoli dei secoli dei secoli,
non sciogliete l’iniziale immemorabile ormeggio
perché cosa ci resterebbe di questa amorosa ed insolente statua,
e come potremmo provare che qualcuno si amò
se all’improvviso queste ossa diventassero polvere,
disfacendosi nella tardiva scossa dello spasmo
cento secoli dopo aver appena cominciato a toccarsi le labbra con le dita
e noi restassimo così senza prove
che è esistita l’eternità un giorno.


                                                                                         da: “L’amore disinterrato”









sabato 17 agosto 2013

Stéphane Mallarmé

Tristezza d'estate.

Il sole, o lottatrice sulla sabbia assopita,
Nell'oro dei capelli un bagno languoroso
Ti scalda e ardendo incenso sulla gota nemica
Mescola con i pianti un incanto amoroso.

Quest'immobile calma e la fiamma del cielo
T'ha rattristata, o baci miei timorosi, e dici:
"Noi non saremo mai un sarcofago solo
Sotto il deserto antico e le palme felici!"

Ma la tua chioma fulva è un tiepido ruscello
Dove affondare fermi l'anima che ci assilla
E trovare quel Nulla che tu saper non puoi.

Io gusterò il belletto pianto dagli occhi tuoi:
Forse al cuor che colpisti esso donar saprà

Dell'azzurro e dei sassi l'insensibilità.

giovedì 15 agosto 2013

Tomas Tranströmer



“Stupendo sentire come la mia poesia cresce

mentre io mi ritiro.
Cresce, prende il mio posto.
Si fa largo a spinte.
Mi toglie di mezzo.

La poesia è pronta. “

lunedì 5 novembre 2012

Poesia e regole

“La poesia non nasce dalle regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole derivano dalle poesie; e però tanti son geni e specie di vere regole, quanti son specie e geni di veri poeti”. Giordano Bruno

mercoledì 21 marzo 2012

Tonino Guerra : il poeta, l'uomo, lo sceneggiatore.


CANTÈDA VINTIQUÀTAR
La figa l’è una telaragna
un pidriùl ad sàida
e’ sgarzùl ad tott i fiéur;
la figa l’è una porta
ch’la dà chissà duvò
o una muràia
ch’u t tòcca buté zò.
U i è dal fighi alìgri
dal fighi mati s-cènti
dal fighi lèrghi e strètti,
fighi de cazz
ciacaròuni ch’ al tartàia
e quèlli ch’al sbadàia
e a n doi una parola
gnénca s’ta li amàzz.
La figa l’è una muntagna
biènca ad zocar
una forèsta in dò ch’e’ pasa i lop,
l’è la caroza ch’la toira i caval;
la figa l’è una baléna svoita
pina ad aria nira e ad lozzli,
l’è la bascòza dl’usèl
la su coffia da nota,
un fòuran ch’e’ bréusa iniquèl.
La figa quand ch’e’ tòcca
l’è la faza de’ Signour,
la su bòcca.




CANTO VENTIQUATTRESIMO

La fica è una ragnatela
un imbuto di seta
il cuore di tutti i fiori;
la fica è una porta
per andare chissà dove
o una muraglia
che devi buttare giù.

Ci sono delle fiche allegre
delle fiche matte del tutto
delle fiche larghe o strette,
fiche da due soldi
chiacchierone o balbuzienti
e quelle che sbadigliano
e non dicono una parola
neanche se le ammazzi.

La fica è una montagna
bianca di zucchero,
una foresta dove passano i lupi,
è la carrozza che tira i cavalli;
la fica è una balena vuota
piena di aria nera e di lucciole;
è la tasca dell’uccello
la sua cuffia da notte,
un forno che brucia tutto.

La fica quando è ora
è la faccia del Signore,
la sua bocca.
(Tonino Guerra)
                                       Il pranzo (da Amarcord)
Il suo entusiasmo, i colori ed i sapori forti della sua terra. La vena fantastica inesauribile e la gioia di vivere, sempre coltivata.
Santarcangelo di Romagna 16/3/1920- 21/3/2012.